16 novembre 2010

L'astrazione della finzione ci salverà

Ho appena visto Persepolis, trasposizione animata dell'omonimo fumetto. E ho trovato un'interessante intervista fatta a Marjane Satrapi, autrice e protagonista. Quando le chiedono perché ha voluto che dal fumetto si creasse un'opera di animazione (2D e in bianco e nero), rifiutando le proposte di film con grossi attori, risponde così (traduzione personale):
Con un live-action [film con attori in carne ed ossa] sarebbe diventata una storia di gente che vive in una terra lontana e che non ci assomiglia. Al meglio, sarebbe diventata una storia esotica, e al peggio una storia del Terzo Mondo. Ha ottenuto un successo mondiale perché i disegni sono astratti, in bianco e nero. Penso che questo abbia aiutato chiunque a rapportarcisi, fosse in Cina, Israele, Cile, o Korea, è una storia universale.


E non possiamo che essere d'accordo. Tramite l'astrazione (fumettistica in questo caso, ma in generale anche di animazione o di fiaba) i protagonisti non rimangono sulla soglia della nostra identità, ma ci entrano e si mettono comodi.
E scopriamo che l'Iran non è così lontano. Che la libertà si paga, e va difesa, per non ritrovarci senza la libertà di sapere quanto sia bella e necessaria; e che basta davvero un soffio perché ciò avvenga. Che dell'Iran, come del resto del mondo, sappiamo davvero poco, e che un pregiudizio risulta quanto mai inadatto.
E scopriamo che un cartone animato ci fa pensare che quella ragazzina potremmo essere noi.

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